
Come si fà a raccontare su pellicola una
fogna del genere? Come si fà a riassumere in 2-3 ore scarse un
inferno così degradato? Questo mi sono chiesto quando ho letto che Matteo Garrone avrebbe portato al cinema Gomorra di Roberto Saviano. Il libro mi aveva distrutto, ma il film non è da meno.
Garrone estrapola dal libro dello scrittore napoletano una manciata di storie, ma
emblematiche, che aiutano a capire la
non-vita dei quartieri poveri di Napoli, dove la camorra tutto vede e tutto sà. Nel degrado dei
palazzoni grigi e usurati di Scampìa il tuo destino è già segnato fin dalla nascita: un lavoretto qui, una commissione lì... già minorenne sei entrato nel giro e la tua vita non ha più valore. C'è Totò, il ragazzino che non vede l'ora di entrare nel clan perchè lì diventerà uomo, è qullo l'unico futuro possibile, e si trova, così giovane, a
tradire, mentire, a
eliminare dalla sua vita affetti e amicizie. Ci sono i due
cani sciolti, due ragazzi che "sotto padrone non possono starci", e sfidano i clan pieni di strafottenza e incoscienza, sognando un futuro di potere e
ricchezza. C'è Don Ciro, il
porta-soldi: i soldi che i clan danno alle famiglie dei mafiosi in galera, che si trova in un vortice di violenza più grande di lui, nel bel mezzo della
guerra di secessione e i cambi di vertice dei clan. C'è Roberto che ha iniziato da poco a lavorare con Franco, un lavoro che non sporca le mani di sangue, l'occasione di occuparsi dello
smaltimento dei rifiuti
tossici nelle campagne napoletane, sottoterra, nelle cave, nei terreni... ma Roberto si stanca presto, è
disgustato da ciò che vede e dalle conseguenze della sua attività, dai frutti che il suo lavoro dà,
frutti tossici che devono essere buttati via, come le pesche del contadino che in quei terreni ci coltiva. Poi c'è Pasquale il sarto, che lavora per il
mercato nero e per arrotondare si "vende" ai
cinesi, e per questo ne pagherà le conseguenze...
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Un film crudo, girato dal vivo e in dialetto stretto, accompagnato dalle note della
musica melodica napoletana che riempie le giornate sempre uguali dei ragazzi nei bar.
Un film che lascia tanta tristezza, e dà un ritratto
secco di un posto che sembra
lontano milioni di chilometri da noi, quando invece è parte del nostro paese, è
vicino a noi. Il fatto che sia stato
permesso a Saviano di scrivere il libro, e a Garrone di girare un film proprio in qui luoghi, dimostra quanto potente e
diffusa sia ormai la ragnatela della camorra e della mafia in generale: se non è
pubblicità che li
gratifica, poco ci manca; neanche rendere pubblici i loro nomi, i loro luoghi e i loro
affari li spaventa, chissà quanto
in alto sono ormai arrivati...possono smentire tutto e il contrario di tutto, come i
politici...
www.robertosaviano.it